Il profilo di Emilio Ferro De Siena
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"Nessuno può voler dimenticare le immagini e le testimonianze delle atrocità commesse dal nazismo e dal fascismo, ma neppure può voler ignorare quelle commesse dall’imperialismo espansionista del Cremlino, che coi cingoli dell’Armata Rossa ha schiacciato milioni di innocenti e la cui polizia segreta ha ucciso, vessato e torturato per decenni un numero incalcolabile di persone."
La nostra carissima amica: Perla
Questo blog è un luogo di dibattito civile, non sono ammesse ingiurie e volgarità , nè nei confronti dei redattori dello stesso, nè nei confronti di chi partecipa al dibattito.
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Ognuno ha il diritto alla parola, tutti hanno il dovere di attenersi a queste ultime.
Vi ringraziamo.
Jeanne e Emile
Questi terroristi devono capire che la nostra determinazione a
difendere i nostri valori e il nostro stile di vita è più forte della
loro determinazione a seminare morte e distruzione. Qualunque cosa
faranno non riusciranno mai a distruggere quello che amiamo di questo
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in quel si una giustizia ingiust
parbleu varietĂ
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La Miriam Bartolini annuncia l'intenzione di voler divorziare dal marito, bene. Ma non è dovuto, ai comuni mortali, attendere tre anni di separazione prima di poter ottenere il divorzio? Voi vi chiederete chi è costei? non è altro che a signora Veronica Lario, la quale è riuscita nell'impresa di far parlare di Berlusconi, anche quando il buon senso vorrebbe si tacesse.
(emile)

Nasce, in questi giorni, il PdL, poco dopo la nascita del Partito Democratico, ecco prendere posto sulla scena politica una nuova creatura frutto della fusione di Forza Italia e Alleanza Nazionale, Nasce, portando a frutto la volontà degli italiani, che riempirono il 2 dicembre 2006, piazza San Giovanni.
Tutti i media si concentrano sulle diverse storie dei due soggetti, pochi sottolineano il fatto che la fusione è già avvenuta alla base del popolo di destra, cioè tra gli elettori. Questo elemento rende la nascita del PdL come fatto popolare e non frutto di laboratorio politico.
Certo la figura di Berlusconi rimane al centro di tutto ciò, ma lì sta la sua intelligenza politica, nel saper leggere la volontà degli elettori, e tradurla rapidamente in proposta politica.
Una nota di critica: quell'antipatico motivetto musicale che differenzia i diversi interventi.

(emile)
Ho letto, su una rivista: la sinistra ha tanto tuonato per le quote rosa che, alla fine, ha candidato Luxuria a sua bandiera.
Bandiera della sua equivocità?

(emile)
Lo so che sarà un operazione faticosa, che necessiterà del tempo, forse molto tempo, ma ho - tutta l'intenzione e la volontà di riportare in vita "Parbleu" -.
Sarà un po' come il ritorno di Batman ;-) Incrocio le dita, so che sarà durissima...
(emile)


Primo consillio
Gratuit
In italie troppi "cazzo" e pochisima "Merde"... imparat donc a dire:
Ooh meeerde alors!
Ah bon dieu de la France.
Second consillio.
Specialment por Ginò, che nel suo patois molto colorito, sembra non esser molto receptivo
alle mie paroles. Gino! Voyons le foot ball (bon dieu de la France! Mi chiedo perquè non han trouvato ancor una parola in Francese per queste gioco!?!?!) es un gioco da sfigati.... par bleu, così aggravi la tua position, non prenderò nessun provediment, volio encoraggiar la tua buona volontà, ma dovrei toliertì dix punti dalla patente de "citoyen de la Grandeur!"
Alors ecco consilio:
italiens giocate e guardate il rugby che es sport noble,
et non il calcio sport de sfigati!
Parbleu, parblanc et parrouge !!!
Ah, Bon dieu de la France!
Sarà una mission molto difficile e periliosa,
ma io tentò lo stessò...
Emile LePain
Perla di sagessa
"Cari cuxini sfigati,
non vi acorjete que al bar o a restorante vi servono
metà cafè e forse meno, e voi lo pagate touto interò?
Noi en Francia abbiamo fatto magio 68 per avere
un cafè miliore del cafè de merde que ci serve nei bars
et restaurants di Paris (Paris, Paris! Ah douce France)
adesso noi abbiamo cafè in grande tassa et molto
plus lungo e buono, pèro lo chiamanò
"Cafè americain"
Ooooh merde alors!"
Più che una nuova protesta, pareva una commemorazione.
Dopo quarant'anni riecco la scuola italiana, Università in testa, scendere in piazza, a silvanizzare le ore di lezione in momenti di discussione (come fosse una novità).
Da ciò deduco che, ad esempio, i miei cazzeggi sui blog e quivalgono ad altrettante lezioni di fisica delle particelle, o, in alternativa, di filologia romanza o anatomia patologica, degne di una nota che prima o poi mi frutterà il Nobel.
E i nostalgici del non pensiero risorgono ogni anno dalle proprie ceneri, belandoti del fascista se disgraziatamente sussurri loro il consiglio di pensar con le proprie teste.
Se poi ti azzardi a dire che forse stanno protestando su qualcosa che neanche conoscono, già ti materializzano immolare sacrifici umani sull'altare della croce celtica.
Ma tanto si sa. Tutti snobbano Sanremo, giovani in testa, ma la canzone che vince Sanremo, ogni anno sbanca le vendite.
Ormai il sessantotto è diventato come sanremo.
Perché Sanremo è Sanremo, ma...
Volevo scrivere due righe su quella vicenda relativa a quei due ragazzi che vorrebberò chiamare la loro figliola Venerdì. Non entro sulla liceità di dare quel nome piuttosto che un altro ad un bambino/a.
Vorrei solo sottolineare il fatto che, la consulta, non ha battuto ciglio allorché i cognugi Totti hanno chiamato la loro figlia Chanel o quando Lapo Elkan ha chiamato il propio figlio Oceano. Qui, secondo me, per la consulta il problema non sta nei nomi, ma nei cognomi; una vergogna che ci saremmo voluti risparmiato...
(Emile)

Antonio Bassolino, si è presentato al pubblico di Annozero con una vistosa e imbarazzante coloratura corvina dei capelli.
Dododichè di che stupirsi, non ha fatto altro che applicare a livello personale ciò che il PCI continua a fare dal 1989 in poi PCI; PDS; DS; Partito Democratico: non sono altro che tinture di capelli bianchi per nascondere la vetustità del pensiero e progetto originale...

(emile)
Che io personalmente condivido in pieno, e che riporto qua pari pari senza aggiungere altro. Le Olimpiadi cinesi si avviano alla fine. Ed è la fine di una commedia penosa. Di una tragedia, anzi. Nella quale l’Occidente si è buttato a capofitto, tappandosi occhi e orecchie. In nome del realismo economico e della necessità di fare affari con partner tanto straordinari. Credo di saperne qualcosa di economia, e non mi nascondo che i cinesi per anni hanno retto lo squilibrio valutario e dei pagamenti americani: è per questo che li abbiamo ammessi di corsa nel Wto. Ma credo anche che gli affari migliori si fanno con regole chiare. Non accettando in silenzio ciò che a casa nostra farebbe orrore. E la Cina fa ancora orrore. Il Dalai Lama ieri ha rialzato la voce, ha detto Le Monde che i cinesi hanno ucciso centinaia di tibetani e ne hanno arrestati a migliaia, durante l’Olimpiade. È uno schiaffo salutare al silenzio e all’ipocrisia dell’Occidente, la denuncia del Dalai Lama. Noi stiamo con la libertà. E contro i regimi tirannici. Non ho mai creduto che le tirannie comuniste meritassero l’eccezione di un giudizio più benevolo, solo perché al centro del loro spietato credo c’è il mito di una classe, invece che di una nazione o di una razza. Tanto, mito è e mito resta. Il succo di un’autocrazia è sempre il potere assoluto di una minoranza di ribaldi spietati. Si chiamino tra loro compagni o camerati, alle vittime non fa differenza. Perché il sogno dei totalitarismi è sempre lo stesso: cancellare qualunque notizia e memoria, delle loro vittime. Sotto il peso della propaganda, degli spettacoli di massa, dell’esibizione della forza e di maestose coreografie che si vorrebbero spontanee, mentre sono assemblate in punta di baionetta. È esattamente quel che si è visto alle Olimpiadi. Delle vittime tibetane, frega niente a nessuno. Tutti ad applaudire estatici le dodicenni spacciate dai cinesi per sedicenni che mietono ori a bizzeffe, quando in ogni Paese degno di questo nome tutti sarebbero insorti denunciando lo scandalo di identità camuffate per ordine del governo, alterando i profili ufficiali che fino a pochi mesi fa attestavano inequivocabilmente la loro impossibilità di concorrere. E quando non si ha il fegato nemmeno di contestare i falsi sportivi conclamati durante un’Olimpiade, pur di non irritarne gli organizzatori perché al Comitato Olimpico Internazionale interessa solo massimizzare le ricche royalties della manifestazione, come si può pensare che qualcuno davvero trovasse il tempo e il modo per ricordare a Pechino che ci fa orrore, il giogo che impone al Tibet e a centinaia di milioni di cinesi? Leggete e meditate le parole pronunciate ieri da Zhang Yimou, il regista di pellicole famose care all’Occidente, come della faraonica inaugurazione dei Giochi. I diritti umani rendono l’Occidente debole e inefficiente, non gli consentono di raggiungere gli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i cinesi. Questo, ha detto. Solo l’ordine, l’ubbidienza, la dedizione assoluta che il regime cinese e quello nordcoreano sono in grado di spremere dalle masse assicurano arte e armonia. Figurarsi, gli occidentali hanno i sindacati e le pause pranzo, ha aggiunto. Sbagliate, se considerate tali giudizi come discutibili eccessi di un artista. L’arte del terrore in cui eccellono i regimi totalitari è lo spettacolo della schiavitù. Le loro Olimpiadi sono la trasposizione delle arene dei gladiatori. Se i cinesi vincono solo ori e pochissimi argenti, è frutto non solo di anni di allenamento. È il panico delle conseguenze di deludere le autorità, che conferisce agli atleti del regime la feroce dedizione di arrivare primi oppure nulla. E volete che qualcuno sollevasse ai mandarini pechinesi la causa dei poveri tibetani, quando neanche si riesce a ottenere da loro il permesso a manifestare il lutto per la sciagura aerea madrilena? I russi hanno studiato bene il copione. Tra pochi anni, le Olimpiadi invernali si tengono a Sochi, sul Mar Nero. A pochi chilometri dal confine con l’Abkhazia, provincia georgiana che insieme all’Ossezia Mosca ha appena rivendicato coi suoi carri armati. Chi mai protesterà per l’Abkhazia il cui parlamento fantoccio ha appena implorato Mosca dell’annessione, dopo questa compunta recita che tutto l’Occidente ha accettato di eseguire a Pechino? So già qual è l’obiezione di molti seri osservatori. Caro Giannino, quelli come te sono nostalgici della guerra fredda, dicono. Inguaribili filoamericani che continuano a sognare un mondo diviso in due. Mentre l’Europa per prima deve distinguersi da quegli ingenui rozzi di americani, accettare Pechino e Mosca con pazienza e come sono. Confidare che nei decenni sia il mercato, poco a poco, a modificare la morsa d’acciaio che quei regimi esercitano su centinaia di milioni di esseri umani. Lo so, lo so. Leggo anch’io Sergio Romano. Ma non penso affatto a guerre mondiali. Né m’illudo che la storia faccia dei salti, e che in men che non si dica la democrazia occidentale possa essere esportata a Pechino. Dico solo, però, che a tutto c’è un limite. Perché mai dobbiamo accettare che i tibetani siano sterminati, arrestati e assimilati in silenzio? Non è inaccettabilmente ridicolo, che a dimostrazione della follia del regime tutto ciò che ha saputo fare la stampa occidentale, presente in massa a Pechino, sia stato delegare qualche inviato a servizi di colore, tipo quelli in cui nostri colleghi si sono presentati alle autorità per chiedere di manifestare a favore della causa dei panda tristi? Federico Rampini di Repubblica, che in Tibet è riuscito clandestinamente a farsi un giro un mesetto fa, ha raccontato che il terrore comunista restava dovunque, a mesi e mesi dalla grande rivolta dei monaci, nel marzo scorso. Blindati a ogni incrocio, pattuglie col fucile spianato ogni cento metri, silenzio irreale. Il silenzio dei cimiteri. Quello che da sempre i regimi cercano di occultare, con i pifferi e i tamburi delle loro cerimonie. Non desidero levare a nessuno di voi la gioia e le soddisfazioni per le medaglie italiane, e per quelle di tutti gli atleti che le meritano perchè s’impegnano nello sport. Dico solo che chi invece vince al servizio di spietate ideologie, è la negazione stessa dello spirito sportivo. Aveva perfettamente ragione, chi prima dei Giochi negava ogni possibile accostamento con le Olimpiadi di Berlino di Hitler, nel 1936. Verso il comunismo di successo, caduto il muro l’Occidente resta privo di ogni capacità di reazione. Neanche a sognarla, l’aspra energia che fu necessaria per sconfiggere il Terzo Reich. Ora siamo tutti prigionieri del tarocco cinese. Felici e contenti. Delle sue vittime, basta fregarsene in nome dello spirito olimpico.»
Da "Libero", Venerdi 22 agosto.
«Le Olimpiadi della faccia di tolla
Ordine e disciplina. E pallottole
L’importante è fregarsene
Jeanne
Ieri sera, dopo parecchi anni di attesa, ho finalmente esaudito un mio grandissimo desiderio: andare vedere la Madame Butterfly, e siccome adesso vivo in Toscana, siamo andati a vederlo a Torre del Lago Puccini. È stata una bellissima serata, anche se viziata da una temperatura non propriamente estiva, cosa che ha indotto tanti spettatori ad una sorta di fuggi fuggi appena l'opera é finita. Noi, comunque, siamo andati via tranquillamente, visto che, saggiamente, avevamo prenotato una camera all'Hotel Butterfly (quale altro sennò?). Comunque Puccini é un grandissimo e ci sono dei passaggi di vero e puro genio in quest'opera! Questa che vedete appresso non é l'interprete che abbiamo visto noi, ma é troppo il desiderio di condividere con voi questo brano di una bellezza sconvolgente che é la chiave di volta dell'intera vicenda.
Aleksandr Isaevich, si ha l’impressione che negli ultimi anni vi siate chiuso in un eremo. O che, quanto meno, la vostra voce non risuoni più nella società potente come una volta. Il vostro è un silenzio dimostrativo, come risposta all’impossibilità di ricostruire la Russia secondo le vostre concezioni o si tratta di qualcos’altro?
«Durante tutti questi otto anni, da quando sono tornato, ho cercato con tutte le mie forze di influire sul pericoloso corso degli avvenimenti in Russia: mi sono rivolto ai diversi poteri, al governo, ai legislatori, a statisti e personalità pubbliche, alla società, ai lettori dei miei libri, ai telespettatori. Non c’è stato da parte mia nessun silenzio. Ma tutti i miei appelli sono risultati vani, non uno dei miei consigli è stato accolto, e i programmi televisivi sono stati a lungo interrotti per autorità di El’cin».
Voi vedevate la Russia, il popolo russo da un lontano Paese straniero. Ora, tornato in Russia, potete confrontare quelle osservazioni con uno sguardo dall’interno. Quali le differenze dei due punti di vista, quali le somiglianze? Che cosa voi potevate presupporre e cosa prevedere?
«Avendo lavorato per cinquant’anni sulla storia della Rivoluzione russa (con l’epopea “La ruota rossa”) ed avendo imparato dalla sua tragica ma istruttiva esperienza, ho seguito dall’estero con enorme trepidazione i cambiamenti iniziati negli anni Ottanta. Mi chiedevo, cioè, se si sarebbero mantenuti entro una ragionevole evoluzione, o se invece sarebbero precipitati nel caos distruttivo della Rivoluzione di Febbraio. Ma ormai i miei avvertimenti non potevano raggiungere la mia patria, e Gorbaciov e Eltsin scelsero proprio la via di uno sconvolgimento istantaneo ed estremo, per la qual cosa si frantumarono tutti i capisaldi della nostra vita sociale, decine di milioni di persone furono gettate nella miseria, e venne saccheggiato lo Stato stesso, incapace di mantenere nel Paese condizioni di vita normale. Ecco, questo colossale saccheggio della Russia io non potevo prevederlo».
Perché tra coloro che soffrirono a causa del regime comunista, ed anche tra gli emigrati di epoca sovietica che sono tornati in Patria, ci sono tanti accesi patrioti e anche apologeti del regime comunista sovietico (ad esempio, Limonov e Zinov’ev)? E anche voi siete accusato di aver rinnegato gli ideali della democrazia.
«Zinov’ev non è un esempio calzante: ancora prima di emigrare egli scrisse che la collettivizzazione era stata un grande bene per i contadini russi. Ma il rimpianto per i tempi del comunismo è un fenomeno assai ampio. Negli incontri pubblici che ho tenuto negli anni 1994-95 in molte regioni del Paese, l’ho sentito risuonare forte e convinto, a volte erano i due terzi degli intervenuti a pronunciarsi così. Questo sentimento è germogliato in milioni di persone rovinate dal saccheggio e dall’arbitrio dei tempi di El’cin. La memoria dell’uomo spesso dimentica le cose più lontane nel tempo: facilmente dimenticano il terrore comunista quelli i cui parenti non ne sono stati toccati, come pure dimenticano tutta l’asfissiante condizione di vita sotto i bolscevichi. Io sono un antico paladino della democrazia, l’ho scritto diverse volte, ma solo della democrazia autentica: quella in cui il popolo dirige realmente il suo destino attraverso organi di autogoverno, dove i rappresentanti del popolo non sono sostituiti capziosamente dai rappresentanti di partiti settari e la burocrazia e le sue decisioni non sono celate dietro barriere fitte e impenetrabili».
Cosa pensate dell’attuale situazione politica della Russia?
«È pesantissima. È una democrazia finta. Alle sue caratteristiche di secondo piano, tra le quali non trova posto né l’indipendenza economica e civile dei cittadini, né lo spirito d’iniziativa della popolazione, si sono aggiunti i peggiori caratteri del sistema sovietico nella loro integrità: la mancanza di controllo e l’impermeabilità delle decisioni e delle azioni degli organi di potere. Nelle campagne elettorali un’influenza decisiva spetta a forze criminali. Gli alti papaveri della finanza controllano intere regioni e si sottraggono al potere. Forze oscure agiscono dietro a una facciata amministrativa. Il referendum popolare (secondo la Costituzione "la più alta espressione del potere del popolo") è stato sostituito, proibito, perché il potere ha paura di sentire l’opinione del popolo, e lo si ritiene pericoloso per gli organi di potere. Negli ultimi quindici anni le condizioni di vita della maggior parte degli abitanti sono andate in sfacelo. Milioni di persone si sfiniscono nel lavoro per una vita da semiaffamati. La maggior parte non ha i mezzi per le medicine e le cure sanitarie. Durante gli anni delle "riforme" l’istruzione scolastica è crollata. L’eccedenza dei morti rispetto ai nati raggiunge il milione per anno. Si diffondono droga e Aids».
In epoca sovietica gli organi al potere non nascondevano un fine ben preciso: fondere in un unico crogiolo le nazionalità e i popoli dell’Urss e formare un’unica comunità, il "popolo sovietico". Giusto o sbagliato che fosse, l’idea agiva da fonte di stabilità tra le nazionalità. A vostro parere, ha diritto di esistenza l’idea di formare un “popolo russo” oggi?
«Le nazioni sono la più grande ricchezza dell’umanità, ciò che le dà colore e “fonderle” è contronatura. Ma molte nazioni possono avere un’unica Patria. Naturale che ha diritto di esistenza una comunità come il “popolo russo”. Tutto dipende da come si realizza questo diritto. Nella Russia attuale dobbiamo far tesoro della terribile esperienza della dissoluzione dell’Urss. Occorre conservare con cura i diritti religiosi e l’autonomia culturale di ogni nazionalità fino alla più minuta, evitando di inserire nella struttura statale elementi di disparità nazionale e civile».
Nelle città russe gli “stranieri” sono sempre meno amati. Anche in città tradizionalmente multietniche e tolleranti è cresciuto ultimamente il disprezzo verso le persone di altre nazionalità, specialmente a livello di vita quotidiana. Qual è la vostra opinione in merito?
«È una mancanza dello Stato che dura da decenni, il fatto che il commercio e i servizi della popolazione delle regioni russe sia passato nelle mani potenti di masse provenienti dal Sud, talvolta completamente nelle mani di stranieri come gli azerbaigiani. Questo è un fenomeno patologico che provoca nella popolazione russa un sentimento di abbattimento, talvolta esplode impetuosamente, ciò che aggrava ancor più la situazione».
Libero di oggi (Traduzione di Giuseppe Ghini)
Leggere anche questo post.

(emile)
Se ne é andato, in un assurdo silenzio dei media italiani, Aleksandr Solzhenitsyn. L'uomo che segnò una svolta nell'immagine collettiva del comunismo reale. Lessi arcipelago Gulag intorno al 1973, avevo circa 17 anni e quel libro segnò in modo indelebile la mia visione politica del mondo. Addio a questo grande, grandissimo Uomo, la u maiuscola é voluta perché di uomini come Lui ce ne sono pochi, pochissimi.

(emile)
*Da liberale che non si è mai sentito meno anticomunista dei fascisti, o meno antifascista dei comunisti, avevo provato ad aggirarlo «Contrada, Le porto i saluti affettuosissimi di un suo grande conterraneo, Filippo Mancuso». A lui era venuto quasi un sorriso di soddisfazione. Gli avevo fatto simpatia e forse (mi piacerebbe credere) alla fine gli ho anche portato fortuna.
Ma perché Mancuso? Magistrato fino in fondo, Filippo Mancuso era il nome della persona giusta per aver accesso ai codici di Bruno Contrada, poliziotto fino in fondo. Quello che la storia d'Italia è andata sradicando, fra casellismi dannunziani e violantismi spregiudicati, è stato proprio un vincolo di umanità fra magistrati fino in fondo (Mancuso e Carnevale lo sono davvero, Caselli e Violante solo macchiette) e poliziotti fino in fondo (quelli che non finiscono mai prigionieri nelle strettoie anguste del servizio pentiti).
Di questa storia Contrada è stato vittima: vittima processuale, ma poi in carcere inseguito e perseguitato dalla crudeltà di esseri umani degradati a calcolo sociale. Non gli era rimasto che aggrapparsi alla sua ultima tunica: l'orgoglio di poliziotto che muore ma non si arrende, nel senso che del proprio onore non ammette rapporti di scambio. Anche quando nei rapporti di forza il più debole è lui.
Le testimonianze in favore di centoquarantadue persone per bene (per lo più funzionari di polizia) erano state ritenute «non attendibili», perché inquinabili da precedenti rapporti professionali aggravati dall'essersi trasformati nell'arco degli anni in rapporti d'amicizia. Avevano prevalso contro di lui le dichiarazioni di tre o quattro pentiti, che nella loro biografia motivi di vendetta ne avevano accumulati tantissimi.
Ma la legislazione e la giurisdizione cosiddette premiali dovevano avere i loro santi e i loro martiri. I peccati si ergevano a meriti e i meriti diventavano colpe. A Bruno Contrada era toccato un Purgatorio che era un Inferno, all'interno del quale per continuare a esistere toccava in qualche modo, persino nella propria patria del cuore, la tortura del propter vitam vivendi perdere causam.
Nato a Napoli settantasette anni fa, Contrada era stato arrestato il 24 dicembre del 1992 nella sua casa di Palermo. L'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa lo fece rimanere due anni e mezzo, fra sofferenze indicibili, a Forte Boccea. Rinviato a giudizio il 12 febbraio del 1994, venne condannato a dieci anni di carcere dal tribunale di Palermo il 5 aprile del 1996. Poi, nel maggio del 2001, dalla Corte d'Appello di Palermo fu assolto con formula piena. Ma l'anno dopo tale sentenza fu annullata dalla Cassazione e il 26 febbraio del 2006 a Palermo fu restaurato il verdetto di primo grado. Nel maggio del 2007 la Cassazione confermò la pena e Contrada fu assegnato al carcere di Santa Maria Capua Vetere. E lì, lunedì mattina, insieme all'onorevole Zinzi dell'Udc, lo avevamo incontrato.
Sostenitore dello Stato, Bruno Contrada sembrava aver fatto anche della sua reclusione in carcere una testimonianza di devozione allo Stato. Gli era stata inflitta una sorta di «pena di morte a tappe» che lo privava del diritto a quei benefici e a quelle pene previste in alternativa alla detenzione. Non sono applicabili a quanti siano stati condannati per concorso esterno in associazione mafiosa (reato che non c'è nel codice, ma che è nato dalla giurisdizione).
A Contrada ormai premeva soprattutto difendere onore e dignità. Invece di una domanda di grazia, egli aveva fatto una istanza di differimento dell'esecuzione. Sulla quale però finora la magistratura di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere si era pronunciata in termini superficiali, approssimativi, contraddittori: con scarso rispetto dell'onore e della dignità dello Stato democratico ed arrivando ad evocare solo per Contrada «sofferenze aggiuntive» estranee al nostro ordinamento. Se c'è al Quirinale una sensibilità e un'attenzione anche a quel che fanno le magistrature di sorveglianza, forse - avevo pensato - era venuto il momento di attivarsi: ovviamente, con discrezione einaudiana.
Può darsi che nelle ultime quarantotto ore l'einaudiano magistero di discrezione e di influenza abbia dato i suoi buoni frutti. Se fosse così, Bruno Contrada da Giorgio Napolitano continuerebbe a sentirsi separato da quel che accadde in Ungheria nel 1956, ma per insondabili percorsi le nostre istituzioni si sarebbero finalmente avvicinate alla sua drammatica vicenda.
Resta ora recluso a Santa Maria Capua Vetere il funzionario di polizia Ignazio D'Antone, che non ha mai abbandonato Contrada. Privato della compagnia di cotanto Don Chisciotte, può darsi che il carcere gli apparirà ancor più duro. Ma la gloria per essere stato al fianco di Bruno Contrada nei giorni bui, gli darà la forza per sperare ancora. Sperare in che cosa? In un avvenire che cancelli ogni memoria di «concorso esterno in associazione mafiosa». La libertà di Contrada farà bene anche a lui.
*Articolo scritto da un Senatore del Pdl sul Tempo di qualche giorno fà, di cui non sono riuscito a ritrovare il nome, e chiedo scusa. Tortora e Contrada sono due casi illuminanti delle disfunzioni della giustizia italiana, capace di stritolare uomini in nome di una giustizia che, alla luce dei fatti, non si rivela tale. Tortora e Contrada, ai quali ho voluto dedicare due post per il ritorno in linea di Parbleu devono rimanere vivi nella memoria, a monito di quel che può accadere a chi cade nelle maglie di un sistema giudiziario "impazzito" che riesce a stritolare personaggi noti, dunque non oso immaginare quanti "poveri cristi" sconosciuti sono finiti nelle maglie impazzite di una giustizia ingiusta...
(emile)


Ho seguito soltanto la parte finale del processo a Enzo Tortora, ma mi è bastata. Dal 15 luglio al 17 settembre, esclusa la parentesi agostana, che il tribunale di Napoli ha dedicato alle vacanze, non ho perso un'udienza. Breve premessa: quando il direttore del mio giornale, che è il Corriere della Sera mi notificò la decisione di inviarmi a Napoli non avevo alcuna idea se il papà di Portobello avesse più o meno combinato ciò che la Procura partenopea gli addebitava. E, francamente poco mi importava. Conoscevo Tortora, l'avevo incontrato due o tre volte: ma non si può certo affermare che la nostra fosse un amicizia. E, se devo essere sincero, mi era piu antipatico che simpatico: trovavo odiosi i suoi toni affettati, certi atteggiamenti melliflui, il perbenismo ossessivo.
Della vicenda giudiziaria due cose mi avevano colpito. E insospettito. Il fatto che il cosiddetto blitz, che aveva portato in galera lui e altri ottocento e passa imputati, fosse avvenuto una settimana prima delle votazioni politiche; e che gli agenti, pur di far riprendere Tortora dalle telecamere, con tanto di manette e di scorta, gli occhi smarriti e il volto pallido, lo avessero tenuto in questura sei o sette ore, in attesa della luminosità adatta alla massima resa delle immagini da mandare in onda.
All'inizio Tortora, a manette ancora calde, aveva proclamato piena fiducia alle toghe, sostenendo che, prima o poi, avrebbero riconosciuto la sua innocenza; quindi, aveva giurato che mai avrebbe chiesto la liberta provvisoria e sarebbe uscito di galera esclusivamente per proscioglimento. La sua condotta, alla prova dei fatti, aveva invece smentito le intenzioni: non solo si era quasi subito scagliato contro gli inquirenti, accusandoli di irriducibile pervicacia nel perseguitarlo; ma si era affrettato a supplicarli di concedergli la scarcerazione e in subordine, gli arresti domiciliari; infine, aveva accettato la candidatura a eurodeputato nelle liste radicali, abbandonando, con un poderoso salto della quaglia, il partito liberale.
A Napoli sono così arrivato con la certezza di avere a che fare, se non con un camorrista e uno spacciatore di droga, almeno con un uomo che ignorava la coerenza. E ho cominciato a esaminare le carte processuali con diffidenza. Ma benché non trascurassi neanche una virgola della intricata storia, non riuscivo a capire quali fossero concretamente gli elementi contro di lui: c'erano le dichiarazioni dei pentiti, d'accordo, ma nulla di più.
Il primo a vuotare il sacco è stato Giovanni Pandico. Era il 28 marzo 1983. Racconta l'attività della camorra, fa nomi e cognomi di assassini vari ma, per il momento, quello di Tortora rimane nell'ombra.
Due giorni dopo fornisce un elenco degli appartenenti alla Nco (Nuova camorra organizzata). Al sessantesimo posto ci ha infilato Enzo. I giudici gli domandano: perché così in basso in classifica? Risposta: perché è uno che vale niente, una comparsa. Pià tardi, aggiunge che il presentatore doveva essere ucciso. Motivo, non aveva saldato un debito di 50 milioni per forniture di cocaina. La condanna a morte era stata decretata dallo stesso Cutolo, che aveva incaricato Pandico dell'esecuzione. E lui,che è in galera, si affida a un tale con cui divide la cella, promettendogli un tanto in cambio del lavoretto. E, per agevolarlo, gli impartisce lezioni di decapitazione, prendendo dei conigli come cavie. Ma il progetto non va in porto.
Trascorre una settimana o poco più, ed ecco un secondo pentito. E’ Pasquale Barra, diciassette omicidi all'attivo. Il quale conferma: sì, Tortora è un camorrista. Come fa a saperlo? Glielo ha scritto in una lettera Nadia Marzano, la quale smentisce, ma non importa. Perché non importa? La Marzano, secondo i colpevolisti, tace perché è gia stata picchiata e teme di essere uccisa. Da chi? Dagli amici di Tortora.
Comunque, si cerca la lettera nella quale la Marzano confida al pluriomicida l'affiliazione del teledivo alla Nco in una cerimonia che si sarebbe svolta a Milano nel 1979, in casa della donna, alla presenza di Turatello e di Cutolo. Si cerca ma non si trova. Cioè, ci sono delle lettere, ma non quella. E allora? Niente, la testimonianza di Barra viene lo stesso considerata buona perché è avvenuta spontaneamente e non poteva essere stata concordata con Pandico, perché i due erano i prigioni diverse e, quindi, senza contatti che non fossero controllabili. La legge è chiara: se almeno tre deposizioni coincidono e non sono il frutto di una macchinazione, costituiscono prova.
Ma dov'è la terza, se finora hanno parlato solamente Pandico e Barra? La terza arriva presto: è quella di Pasquale Sanfilippo. Tecnicamcnte,Tortora è spacciato. C'è poco da fare, la legge è legge. La quale, però, precisa che le disposizioni debbano avere i crismi dell'attendibilità, che, se vogliamo, è una qualità generica. E suscettibile di contestazioni.
I magistrati di Napoli dicono: i tre accusatori saranno mascalzoni, ex killer, ex rapinatori e quant'altro di peggio, ma, nel momento in cui chiamano il presentatore in correità, sono credibili, dato che loro stessi debbono rispondere del reato. E non esiste che uno, per il gusto di inguaiare un altro, inguai se medesimo.
Rispondono i difensori: non è vero, perché Pandico, Barra e Sanfilippo non hanno “cantato” gratis. Ossia, è vero che, accusando Tortora, hanno accusato se stessi, e quindi apparentemente sono andati contro il loro interesse; ma è anche assodato che, dopo le confessioni sono stati tolti dal mucchio dei carcerati comuni e custoditi con riguardo.
Obiezione: ma come mai i tre, ai quali poi se ne sono aggiunti altri, hanno fatto proprio il nome di Tortora? Non bastava loro di aver coinvolto nell'inchiesta centinaia di manovali e cervelli della Nco? No, non bastava, perché è stato accertato che tutta la faccenda è diventata importante solo dopo che nel famoso elenco di Pandico è stato identificato il presentatore. Inoltre: chiunque abbia partecipato al coro contro l'anfitrione di Portobello è stato immediatamente collocato in una posizione di privilegio.
Ma attenzione: abbiamo poc‘anzi accennato alla legge che prevede tre testimonianze incrociate come prova, in base alla quale Tortora è inchiodato. Osserva la difesa pur essendo incontestabile che i pentiti erano finiti in prigioni diverse, era poi così difficile che comunicassero tra loro, visto che avevano i telefoni a disposizione e, in certi casi, contavano sui magistrati per scambiarsi informazioni? E che dire di radiocarcere, ossia di quel misterioso meccanismo che permette ai detenuti di tenere stretti contatti? E che dire dei giornali che, in assenza di un segreto istruttorio serio, pubblicavano notizie su notizie, consentendo a qualsiasi cittadino compresi quelli in cella, di essere a conoscenza di ogni sviluppo dell'affare Tortora?
Al lettore sorgerà, com’era sorto a noi, un quesito: va bene, i pentiti mentono perché è conveniente, e abbiamo visto quali sono i vantaggi; ma alla magistrature che cosa viene in tasca se il presentatore anziché in Tv finisce in cella? Per comprendere la messa in moto dell'infernale macchina bisogna risalire alle origini. A quando, cioè, Pandico, tra mille verita e mille bugie, fa il nome diTortora. Nessuno, inizialmente, ci vuol credere. Ma ecco che il pentito, che ha una niente fervida e capace di reggere i fili di qualsiasi romanzo per quanto complicato, svela una serie di particolari verosimili che, indubbiamente, insospettiscono.
Per ovvi motivi, che vanno dalla fretta alle difficoltà burocratiche, i rappresentanti della Procura napoletana, di fronte al castello delle delazioni, non svolgono alcuna verifica: nè intercettazioni telefoniche, né pedinamenti, né sopralluoghi, nè ispezioni bancarie. Eppure, questi passi avrebbero permesso di scoprire se effettivamente Tortora aveva un giro illecito.
In ogni caso, gli inquirenti si astengono da ogni tipo di controllo, e la spiegazione non può essere nella mancanza di professionalità, ma nella convinzione che i pentiti dicessero la verità. Sicchè spiccano gli ordini di cattura, 856, tra cui quello di Tortora, grazie al quale l'operazione, di per sé mediamente importante, assume, con la carica pubblicitaria del grosso nome, la potenza di una bomba atomica.
Più tardi, nella fase istruttoria, quando però non c'è italiano che non s'interroghi sul ruolo del presentatore, prende il la la caccia ai riscontri obbiettivi. Si tratta, in altre parole, di raccogliere quegli elementi che la legge pretende perché il processo non si celebri sulle chiacchiere dei delatori, ma su delle prove. Sembra una faccenduola di ordinaria amministrazione. Ma non è così.
Piu si scava, più il vuoto si allarga. Emerge un'agendina appartenuta a un camorrista, vi si trova il numero di un Tortora, e i pentiti gridano alla prova. Ma il telefono non è quello di Enzo bensì di un omonimo. Intanto il codazzo dei delatori si allunga, ognuno che si intruppa ottiene il premio: protezione in galera e altri benefici.
L’ultimo della processione è Gianni Melluso, insufflato da Barra e da Villa. Quelli della procura gli dicono: a questo ufficio risulta che lei ha fornito droga a Tortora. Risposta: io? Manco per sogno. Poi ci ripensa: sì, gliene ho venduta. E anche Melluso viene coperto di ”regali”carcere sicuro, incontri galanti in questura con la ragazza che, un anno dopo, diverrà sua moglie, promesse di espatrio per sé e la famiglia. Gli inquirenti si tranquillizzano. Avevano temuto di trovarsi con un pugno di mosche; e ora invece hanno una troupe di galeotti che, "spontaneamente" s'intende, sparano sull'imputato numero uno. La loro faccia è salva. E poco male che Melluso sia scopertamente mentitore: non sa dove consegnò i pacchi di cocaina, confonde Legnano con Melegnano, piazzale Loreto con piazzale Corvetto riferisce di un ineontro tra lui, Tortora, Pazienza, Calvi. Ormai, balla piu, balla meno, la pizza napoletana è sfornata.
Ultima considerazione: se l'impianto accusatorio è così debole, come mai la magistratura l'ha sostenuto fino in fondo, a rischio di un crollo al primo soffio? Il problema è diverso, almeno secondo i difensori. Dall'Ora, in particolare, dice che tra Procura e pentiti si è formata una alleanza, una sorta di osmosi: gli uni che volevano distruggere la camorra a tutti i costi; gli altri che, intravista la pacchia delle agevolazioni, li hanno assecondati in pieno, dando loro in omaggio anche il grosso nome che, in teoria ma anche in pratica, avrebbe garantito il clamore indispensabile alla storia per non decantarsi nelle pagine interne dei giornali.
Anche per i giudici la partita si è conclusa con largo profitto: c’era davvero il rischio che, condannando Tortora, si disgustasse l'opinione pubblica, tempestata dagli innocentisti socialisti, dai radicali, da alcuni ascoltatissimi commentatori? Ma non facciamo ridere: la gente, davanti a quei dieci anni inflitti all'amico del pappagallo, non ha pensato a un grave errore, ma che qualcosa ci doveva pur essere sotto: non si manda in galera un uomo famoso se non si hanno delle certezze. Il cittadino ha sicuramente più fiducia nelle toghe, alle quali riconosce una sacralità che le pone al di sopra di ogni sospetto, che non in un presentatore presumibilmente vissuto nel mondo dello spettacolo.
Molti dicono che bisogna attendere la sentenza completa per criticare il tribunale. Ma che cosa può esserci scritto nel verdetto più di quanto si è udito in aula? Semmai è da respingere una legge, e una prassi, che legittima condanne senza prove; una legge che dà a un Panico o a un Melluso licenza di scegliersi una vittima e di stritolarla, sostituendosi, non solo al giudice, ma addirittura al boia.
Ilo visto giornalisti che si sbranavano e io mi sono trovato nell'arena. Ero arrivato a Napoli, diciamo agnostico, e per la mia riluttanza a sposare la tesi colpevolista sono stato bollato innocentista, come fosse un'infamia. E deriso. La corporazione voleva a larga maggioranza la condanna diTortora, neanche si trattasse di una conquista per la categoria.
Ma perchè tanto accanimento? Ho avuto l'impressione di uno scoppio di irrazionalità, di una specie di tifo cieco analogo a quello degli stadi, alimentato, per giunta, dall'antipatia dell'imputato e dal suo modo ora goffo ora insolente, di difendersi. Un collega lo odiava perché con la Tv aveva strappato un facile successo, e scordava che, se il successo fosse facile, l'avrebbe avuto anche lui. Ha inciso anche la sua popolarità: troppa per essere perdonata da chi non ne ha affatto.
Ed ora che il presentatore era a terra, il piacere di sferrargli delle pedate era voluttuoso. Durante la lettura della sentenza ho visto cose turpi. Il nome di Tortora tardava a essere pronunciato. Che fra i colpevoli non ci sia? I giornalisti si interrogavano con lo sguardo, increduli, delusi, amareggiati. Parecchi avevano scommesso sulla condanna, avevano investito articoli ed articoli e temevano di essere sconfessati. Uno si volta e, allargando le braccia mi sussurra: vedrai che l'hanno assolto, mi toccherà andare in giro coi baffi finti. Ma la sua disperazione, e non solo la sua, è durata poco: “Tortora Enzo... dieci anni di reclusione e 50 milioni di multa” ha detto il presidente Sansone. Qualcuno ha stretto i pugni dalla felicità, altri hanno sorriso, sia pure con moderazione, dato il momento. Era come se la loro squadra avesse segnato in trasferta. E alla sera, ho saputo, hanno brindato: alla faccia di Tortora.
Vittorio Feltri sul Corriere della Sera

(Emile)
Cari Amici, Parbleu chiude quì, ringrazio tutti coloro che più o meno spesso ci hanno letto e commentato.
Au revoir
(emile)

Ora non metto in dubbio la professionalità di Clemente, ma il tono della sua voce, benchè comprensibile, ha per me un non so che di soporifero. Ahi ahi, quanto mi manca mitraglietta Mentana. 
(emile)

Roma, piazza San Giovanni affollatissima: bandiere di FI, AN, Lega qualcuna persino dell'UDC, nonostante i plenipotenziari di quest'ultima avessero scelto di organizzare un dibattito in perfetta solitudine in un teatro di Palermo. Ho un ricordo vivissimo di quel giorno e della speranza che viveva in ogni partecipante di mandare a casa un governo che si era insediato con una manciata di voti in più e non poche polemiche, condite da qualche sospetto, dato che la legittima richiesta di un riconteggio, visto l'esiguo scarto tra i due contendenti, non fu mai accolta da un'ormai ex-opposizione che si vedeva consegnata insperabilmente le chiavi del potere nelle mani.
Ricordo benissimo i volti cerei di Prodi and Co. sul palco nell'attesa del risultato definitivo, mi sembravano più Iene che azzannavano un qualche cadavere che non gente felice di aver conseguito una vittoria coraggiosa. Quel che seguì lo conosciamo, purtroppo, tutti, i due anni di legislatura più disgraziati della storia della Repubblica dopo quelli bui di tangentopoli. L'unico «fil rouge» tra questi due momenti storici apparentemente lontani è sempre lui: il magnifico Prodi Romano, allora presidente dell'IRI, ovvero il più grande apparato politico industriale del mondo occidentale, ed oggi ex presidente del consiglio; qualcuno su Tocqueville faceva notare che ogni personaggio politico europeo che ha ricevuto l'endorsement di Romano ha visto rovinosamente cadere il proprio consenso popolare. Era ora che ci togliessimo dai piedi questo personaggio oscuro e frequentatore di giochi con l'aldilà, aldilà che poi, secondo il mio modesto parere, non era molto al di là della cortina di ferro.
(emile)

Insomma, il Governo Serio e Forte ha dato il colpo di coda, e a causa di quest'ultimo movimento automatico pre-rigor mortis, ha finito per sparare l'ultima dose di *deiezione* sull'Italia e sugli Italiani.
Il vice vampiristro ha fatto pubblicare le dichiarazioni dei redditi del 2006 (cioè, quelle relative al 2005) online, insomma, le ha sdoganate. E a noi va bene, perché il reddito di chi scrive dissuaderebbe qualunque morto di fame a suonare alla porta, a meno che non si adatti a gustare qualche scatoletta per gatti, per altro neanche di primissima qualità.
Ma non di sola scatoletta vive il gatto, e il principio no, quello non ci piace.
1. Non ci piace il gusto amaro dello scherzetto fatto a chi in fondo al piatto guadagnato con onestà ci trova il bacherozzo;
2. Non ci piace il gusto acido dello scherzaccio fatto a chi quel piatto se l'è sudato, se l'è pagato, e se lo ritrova pieno di squatter bacherozzi invidiosi che ci hanno sbavato dentro;
3. Non ci piace neanche il gusto salato dello scherzo da prete fatto a chi, invaso dai bacherozzi, dice: mi va bene, ma ora tocca ad altri bacherozzi... - ed invece a quegli altri non tocca mai.
Tradotto significa, nell'ordine:
1. non ci piace che la pubblicazione sia avvenuta senza previa comunicazione agli interessati (e poi: perché quella del 2005? perché non cominciare dal 2004, dal 2006, dal 2003, dall'anno scorso?): forse bisognava avvertirli, gli italiani? Mi direte: e perché?? Se uno evade lo devo cogliere in flagrante, devo farlo evadere per poterlo fregare...
E che cosa hai scoperto, cretino? Quello che già avresti potuto sapere da trent'anni, se solo avessi avuto il coraggio di informarti... e poi presentarti a chiederlo carta d'identità alla mano.
Ho detto carta d'identità, non tessera di partito...
2. L'evasione fiscale è un reato da accertarsi nelle sedi competenti, o è un gioco di società in cui sopraffare il vicino di casa? O magari sollazzare qualche extracom che, non sapendo come passare la serata o programmando investimenti per il futuro, si installa in un Internet Point alla ricerca della terra promessa?
Pubblicare IN RETE i dati già consultabili presso le sedi competenti cambia la realtà dei fatti? Cambia il peso dell'evasione fiscale?
NO... dà solo a TE, anonimo (finalmente anonimo!) lurker, annoiato voyeur (sollevato dall'onere di rendere spiegazioni del dove e perché stai spiando), la possibilità di spiare dal buco della serratura i redditi dell'odiato vicino, collega, amante, amante della moglie, blablabla di provincia (ATTENZIONE, i redditi dichiarati, non quelli reali)... Tu, figlio del grande fratello con ansie da zorro, povero imbecille di italiano frustrato da una sinistra frustrata che crede che questa sia una grande seria e forte manovra di pulizia sociale, mentre è solo qualunquismo, polvere (ma forse cipria) gettata negli occhi di chi ancora vuol credere che quel governo (oddio quanto mi pesa chiamarlo così) abbia fatto qualcosa di Serio... e Forte...
come farà il vicino ad avere due macchine? come farà a pagarsi le vacanze? hai finito di roderti il fegato figliolo... denuncialo alle autorità! E' il tuo momento, povera capra.
3. Domanda a tutti coloro che ansimano per la giustizia, e che plaudono all'iniziativa della pubblicazione di cui si parla:
se io cerco di risalire in rete, da privato cittadino, al proprietario di una autovettura, mi si chiede un pagamento. Senza entrare nel merito della cifra, pagamento on line significa dichiararsi, dare un numero di carta di credito, nome e cognome. Senza entrare nel merito della cifra, pagamento on line significa essere tracciabili.
Senza entrare nel merito, io non posso sapere chi è che ogni giorno lede i miei diritti parcheggiando davanti al mio passo carrabile. Per saperlo devo rendermi riconoscibile, o fare una denuncia. Il che mette due persone a confronto. Quattro occhi negli occhi, le sue ragioni contro la mia, le mie ragioni contro la sua. Se IO mi rendo riconoscibile...
In altro ambito, qualcun altro invece potrà tranquillamente trascorrere la notte sbirciando le mie proprietà, di nascosto a me, e alle autorità.
Ecco: sono io sufficientemente pazza, o davvero è lecito che io sostenga che c'è qualcosa che non mi torna?
(jeanne)


leggo sull'Ansa: «L'Agenzia delle Entrate ha pubblicato oggi on line i redditi di tutti i cittadini con le relative tasse pagate. Lo ha reso noto un'associazione del Popolo della Vita corrente dei Valori, affermando che ''la privacy e' stata violata''. Ad autorizzare la pubblicazione e' un provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, anticipato in prima pagina dal quotidiano 'Italia Oggi'. Obiettivo, come scrive Romano, e' 'un quadro di trasparenza.» Un quadro di trasparenza? Alcuni intervistati hanno giustificato il fatto dicendo che questa pratica è in uso in altri paesi (cosa che a me non risulta) ma posso sbagliare. Fatto sta che la consultazione online degli elenchi dei contribuenti e' stata sospesa. La decisione è stata presa per l'elevato numero di accessi al sito e al fine di fornire ulteriori delucidazioni al Garante per la protezione dei dati personali. 'La questione è semplice - ha detto Bersani -, la Pubblica Amministrazione deve garantire la massima trasparenza. Sta al Garante della Privacy dire fin dove si puo' arrivare'. Per Visco la pubblicazione è un fatto di democrazia, ergo il garante della privacy ha sospeso la democrazia, salvo affermare ormai messo alle strette: Abbiamo dato disposizione di sospendere la pubblicazione in rete delle dichiarazioni dei redditi in attesa di avere dall'Agenzia delle Entrate i dovuti chiarimenti sulla corretta applicazione delle procedure e delle norme di legge soprattutto riguardo alle osservazioni mosse dall'Autorita' Garante della Privacy".
(emile)

Il candidado del PD??
Chi ha battuto questa notizia di agenzia, stava forse pensando che a Rutelli, per avere il Campidoglio, non è rimasto che giocarselo a dadi? 
(Jeanne)

poi si stupiscono di perdere voti...
(emile)

Abbiamo un nuovo Governo.
In un certo senso, sarebbe più appropriato dire abbiamo di nuovo un Governo.
La maggioranza degli italiani lo ha scelto, così come gli italiani stessi hanno scelto di terminare alcune frange politiche che vanno (andavano) sotto il nome di sinistra radicale.
Intanto che gli esponenti di questi gruppi in estinzione litigano come i polli di Renzo, io sempre più mi convinco che l'artefice della loro disfatta è stato proprio, in primis, Romano Prodi, che, volontariamente o meno, è riuscito nell'impresa nella quale il centrodestra continuava a fallire.
Comunque sia, il voto è l'espressione della volontà popolare, e la campagna elettorale è morta e sepolta.
La parentesi del Governo Prodi si è chiusa nel modo peggiore per chi ne faceva parte, e questo conferma ciò che non passava giorno che io non sentissi mormorare da chiunque: dal commercialista al verduraio, dalla casalinga al pensionato, non ce n'era uno che ne fosse contento. E parlo di gente di una zona rossa in una regione rossa. Non oso pensare cosa dicesse la gente altrove.
Il Partito Democratico ha raccolto un'eredità pesante e ha cercato di far passare per nuove delle ceneri da ricompattare, perdendo la scommessa.
Inutile elencare le numerose sconfitte (clamorosa quella della Finocchiaro in Sicilia): per la prima volta, rischia di perdere anche il Campidoglio, ed è da considerare che già il dover ricorrere al ballottaggio è un dato senza precedenti, anche se alla fine Rutelli dovesse spuntarla, e sinceramente non è detto...
Che piaccia o no, questa è la democrazia. Per quanto mi riguarda, non so se e in che misura il nuovo Governo manterrà i suoi impegni e riuscirà nei suoi intenti programmatici, ma al di là delle singole misure legislative quello di cui l'Italia ha bisogno prima di tutto è di una situazione di governabilità, governabilità che un'accozzaglia di Peter Pan e di giovani Holden non può garantire, né qui né in nessun altro Paese.
Nell'ambito di un paese governato si può anche costruire un'opposizione costruttiva, che provenga anche da correnti interne alla stessa coalizione di Governo; in condizioni di ingovernabilità c'è solo caos, e nulla può essere validamente fondato e costruito. Per inciso, io non nasco Berlusconiana. Per dirla tutta, Berlusconi mi sta anche sufficientemente antipatico. Ma la politica non si fa a panza, e non farò come una persona che conosco e di cui non dò particolari per non farla riconoscere, che ha votato Casini "perché è bello".
Perciò, io ho bisogno che mi si risponda ad una domanda.
Al di là di ogni legittima convinzione politica, e della comprensibile delusione per la sconfitta della propria coalizione o del proprio partito, leggo da moltissimi blogger uno stesso concetto, anzi, per essere più precisi, una stessa frase. La pronunciano tutti allo stesso modo, tanto che sono qui a chiederne il significato.
Molti di voi dicono di tremare al pensiero dei cinque anni che ci attendono, e che ci attendono cinque anni di incubo.
Mi spiegate per cortesia cosa intendete?
Qual è il vostro concreto timore?
Incubo e terrore sono parole forti, che presuppongono fondati elementi per evocare scenari di apocalisse sociale, non so, coprifuoco, roghi in piazza, purghe e picchiatori in giro per la strada, riduzione in schiavitù, pena di morte, che ne so...
Ecco, io vorrei davvero sapere cosa intendete. Se fate questa campale osservazione presumo non avrete difficoltà a spiegarmela.
Grazie.
(jeanne)

Un tornado ha spazzato via pezzi storici della politica italiana, con venti anni di ritardo anche da noi i residui dell'ideologia comunista vengono spazzati via dall'ultima tornata elettorale.
Il PD esce a pezzi dalla sua prima esperienza elettorale, ma non credo che il progetto possa affondare a causa di questa sconfitta, anzi sarà forse la giusta medicina per rafforzare la nostra repubblica.
I prossimi mesi saranno difficili: la congiuntura internazionale si prospetta difficile, ma la coesione del centro-destra mi fa essere discretamente ottimista.
(emile)

Mi pare chiarissimo che la politica italiana volga inesorabilmente verso uno stato confusionale. Stato confusionale che rende questo turno elettorale una chiave di volta: Veltroni per raccattare voti è costretto a riprendere i temi del centrodestra per segnare la discontinuità con il governo precedente; infatti ha detto correremo da soli, ma abbiamo già visto che così non sarà, correrà con Di Pietro e i Radicali (senza Pannella), ha lasciato solo il povero Boselli il quale (giustamente) non capisce e protesta, ma questo è il prezzo per creare un partito di sinistra che non sia la sinistra: Boselli viene sacrificato come se fosse lui il discendente di quelli che inneggiarono ai Soviet e alla visione totalitaria e totalizzante dell'esperimento socialista.
Non pare andare meglio nel campo opposto, ove un Berlusconi stanco e apparentemente non molto motivato sembra mancare della foga e della volontà che lo spinse ad arrivare ad un risultato di pareggio, assolutamente inaspettato, nel turno elettivo precedente.
Casini tenta la carta della corsa solitaria, ma credo che il suo tentativo vada inesorabilmente verso il fallimento, soprattutto dopo aver imbarcato due figure impeccabili come il giovanissimo De Mita ed il discusso Cuffaro.
La Santanchè (Santancè, come si è ostinato a chiamarla un giornalista un po' distratto) raccoglierà qualche voto di protesta da parte di elettori del cdx insoddisfatti, ma la verità è che i sondaggi hanno ormai disegnato un quadro difficilmente ribaltabile.
Ancora qualche giorno e questo dubbio, semmai dubbi ci fossero, si risolverà, Prodi e la sua triste esperienza rimarrà una pagina del passato da dimenticare, persino i suoi fanno di tutto per non nominarlo o ricordarlo agli elettori, forse un po' se ne vergognano persino loro.
(Emile)

Adesso, a sinistra, si offendono perchè Berlusconi di fronte ai suoi sostenitori ha stracciato il programma del PD. «Intristisce molto una campagna elettorale in cui si stracciano i programmi» ha detto Prodi, riferendosi al gesto di Berlusconi «i programmi sono il cuore di una campagna elettorale».
Certo professore! Ricordiamo ancora il suo mastodontico e terrificante programma, fatto di tutto ed il contrario di tutto, quel programma è stato il cuore della sua campagna elettorale, ma non per gli elettori, i quali difficilmente lo avranno letto (io c'ho provato ed ho rinunciato), ma piuttosto per la schiera di partiti che componevano la sua coalizione, i quali non avevano problemi a trovare in quel programma pletorico un qualche punto a cui aggrapparsi per chiederLe di rispettare i patti.
Mi chiedo: delle due l'una, è più rispettoso dell'elettore un programma di pochi punti sostanziali comprensibili da tutti e facilmente attuabili, o un mattone di più di 300 pagine illeggibile persino per i più addotti alla politica ed il giornalismo?
Ora Ualter cerca di riproporre uno schema simile, ripulito da quella che si suol chiamare la Sinistra Antagonista che si presenta da sola con Bertinotti Leader. Sento puzza di bruciato, non vorrei che l'accordo si facesse ad urne chiuse. Stessa cosa dicasi per il centro destra, dove la tentazione di imbarcare altre formazioni dopo il voto, potrebbe snaturare la coerenza della coalizione.
Offensivo non è stracciare un programma, ma esporlo agli elettori con la consapevolezza che questo non potrà mai essere messo in opera, come è avvenuto per il suo governo professor Prodi, presidente del nuovo PD.
(emile)

In Italia , oltre ad aver avuto il partito comunista più forte oltre la cortina di ferro, abbiamo un altra specifica anomalia: il sindacato è una formidabile rampa di lancio politica, cosa che non avviene in nessun altro paese, nemmeno nelle vicine Francia ed ex repubbliche Yugoslave.
Marini presidente del Senato; Bertinotti ha ricoperto tutti i ruoli possibili tra senato e camera dei deputati oltre ad essere ospitato da tutte le famiglie altolocate romane; Cofferati guida la città di Bologna.
Essere a capo o all'interno delle strutture sindacali in Italia significa anche avere l'opportunità di arrivare a importantissimi posti di comando by passando la trafile convenzionali. Qualcuno obietterà che è giusto così, io invece mi chiedo come mai tutto ciò non avviene altrove, ricordo inoltre che il buon Pannella, tempo fa, ci fece votare un referendum per l'abrogazione dei contributi sindacali, sistematica e non vincolata alla libera scelta del cittadino-lavoratore-consumatore. Dove sono finiti i Radicali d'antan e le loro battaglie sulle quali potevamo leggere : «I referendum proposti dai radicali in tema di lavoro e di relazioni industriali sostengono una visione neo-liberista radicale per quanto riguarda sia la regolazione del rapporto di lavoro, sia il ruolo delle parti sociali, che verrebbe sostanzialmente ridimensionato» ?
Era divertente vedere qualche giorno fa Alfonso Pecoraro Scanio da un Michele Santoro per niente tenero con lui, arrampicarsi sugli specchi per giustificare la sua totale inconsistenza di fronte allo scandalo dei rifiuti, ha avuto persino l'ardire di voler far credere che loro (I verdi) l'avevano detto e l'avevano previsto e di fronte alle obiezioni di chi gli faceva presente la responsabilità dei verdi rispetto alla mancata realizzazione del termovalorizzatore di Acerra e sembrato addirittura che la colpa fosse di altri, nomi? I soliti.
Insomma una bella faccia di tola...
(emile)
La sinistra gioca la carta dell'offerta speciale paghi uno prendi due: più che un'offerta pare una minaccia: davvero gli italiani saran così “coglioni”
da votare la posticcia maschera Veltroni
che l'inconcludente sinistra ha indossato per le prossime elezioni?
Prodi e Veltroni sono la negazione di ogni legge matematica: se uno più uno una volta faceva due, loro stanno dimostrando egregiamente che uno più uno non fa neanche mezzo. Anzi, tanto uno è uguale a uno che si elidono a vicenda e fanno il solito zero di sempre.
Se Prodi ci deprimeva, Veltroni ci addormenta (e ci fa cascar le braghe oltreché rompere il naso sul tavolo), e la domanda è:
ma fanno una scuola, o nascono così?
La senatrice Finocchiaro stasera a Ballarò ha detto che il problema dell'Italia è che dieci famiglie possiedono il 45% della ricchezza nazionale.
Noi diremmo che il problema è che il restante 55% è ostaggio dello Stato...
(Emile e Jeanne)

Ecco come si presenta il nuovo Partito Democratico. "On prend les même et on recomence" dicono in Francia, credendo che gli italiani se la bevano in silenzio, e accettino di prendere un Veltroni rimesso a nuovo, dopo l'esperienza di sindaco di Roma per rimettere una mano di vernice alla disastrosa esperienza del governo Prodi, sbagliano, gli italiani non sono così fessi come pensano. Anche se, faticosamente, l'Italia e l'Itagliano andrebbero ricostruiti. Ma senza un Prodi che esce dalla porta e rientra dalla finestra, senza che ci riprovasse a sproposito... abbiamo già dato.
E' inutile, il lupo perde il pelo ma non il vizio, ci prendono per i fondelli e vorrebbero pure che noi li ringraziassimo.
(emile)

Giovedi scorso ho scritto un post sulla rinascita della balena bianca, devo confessare che allora, mentre scrivevo, nutrivo qualche dubbio sulle mie parole le quali, purtroppo, si sono rivelate premonitrici.
Nel frattempo Tabacci e Baccini hanno messo su un movimento chiamato La Rosa Bianca, evidentemente non hanno avuto il coraggio nè di chiamarla Democrazia Cristiana nè Balena e hanno optato per la più delicata ed effimera rosa, ma la sostanza non cambia.
La strada é tracciata, ci conduce alla rinascita della DC o di un suo simulacro, che comprendenderà tra pochissimo tempo Mastella e le sue truppe in rotta con L'Unione e Casini in rotta di collisione con Berlusconi, sicchè ci ritroveremo con il PD di Veltroni, il PdL di Berlusconi-Fini, il partito della Sinistra Arcobaleno, e la nuova DC, che si porrà in mezzo a fare da ago della bilancia, sì insomma un bel passo avanti verso la modernità...
(Emile)
